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sabato 19 gennaio 2013

Clandestini di Roberto Barni


Firenze Galleria Alessandro Bagnai - Via del Sole 15/r: una grande gabbia vuota, bizzarro che ci fa qui, in questo contesto? E’ una prigione? E’ una gabbia per volatili? E’ un recinto per prigionieri o per schiavi?
Il pensiero corre al ricordo della “tratta dei neri”, ossia il commercio di schiavi africani, ed ancora al romanzo “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawjorne (1850).
Esterne alla gabbia quattro figure in bronzo di dimensioni reali: uomini uguali vestiti in rosso uno per ogni lato, accennano un passo con circospezione verso.. mah.. non è dato sapere, lo sguardo fisso contempla quello spazio vuoto. Chi sono? Dove vanno? Avanzano fuori o all'interno della gabbia? Sono all’esterno ma potrebbero essere dentro, sono uomini esili, incerti, quasi sospesi. Concentrati e chiusi in loro stessi non si cercano per un incontro sembrano essere su una linea invisibile, tra l’essere ed il non essere, tra il dentro ed il fuori, tra l’andare e lo stare; forse semplicemente cercano la loro centralità. Questa è la bella installazione in bronzo di Roberto Barni inaugurata lo scorso 29 giugno 2011, dall’attuale e bel titolo “Clandestini”.
Quest’ istallazione colpisce il visitatore, è una botta allo stomaco, un colpo basso, centra nel segno, certo che i Clandestini “devono” stare dentro la gabbia perché, invece, sono fuori? E se non sono Clandestini chi sono?
L’installazione è stata realizzata da Barni nel 2008, l’artista non allude propriamente al fenomeno odierno di migrazione dei popoli, spesso clandestina, ma per Barni l’uomo “aspira ardentemente” alla prigionia, al sentirsi clandestino pur partendo da una condizione naturale di libertà, cioè quando siamo fuori dal recinto delle convenzioni e del conformismo.
L’uomo spesso si limita da solo, si colloca all’interno di una gabbia che può essere anche dorata, bella, confortevole e anche sicura ma pur sempre una gabbia, accade quando non siamo noi stessi fino in fondo, quando non riusciamo a prendere in mano la nostra vita con tutte le responsabilità che ne conseguono di essere liberi da vincoli soprattutto interiori perché, tutto sommato, la libertà fa paura ed alle volte è meglio o più facile entrare e stare in una gabbia, ci dà sicurezza, è lei che ci delimita, che ci dà dei confini ben precisi, che ci dà le regole. Allora questi Clandestini di Barni sono fuori ma forse anelano ad essere dentro la gabbia, desiderano essere contenuti e protetti anche se da sbarre di ferro. Oppure questi uomini stanno solo osservando lo spazio vuoto e recintato per poi muovere i loro passi verso la libertà?
Gli uomini/clandestini di Barni sono omologati, uguali, rappresentano più il concetto “uomo” che l’individuo reale, sono assorti nella loro interiorità, taciturni e poetici, un poco metafisici. La loro provvisorietà, il loro equilibrio precario diventa una possibile forza e fermezza  per una loro ricerca individuale facendo si che la libertà individuale sia recuperata e svincolata “dall’aspirazione ardente” alla prigionia dell’uomo.

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