lunedì 28 gennaio 2013

Percorsi visivi di Katia Dilella




La mostra “Percorsi visivi” di Katia Dilella alla Galleria Tornabuoni ci accoglie con un angolo di città a tinte forti e cabine telefoniche che ci ricordano le telefonate durante i nostri viaggi quando ancora i cellulari non esistevano e si faceva la coda per sentire amici o familiari. L’artista, con le sue tele, ci spinge a un percorso visivo dall’esterno cittadino all’interno delle case perché al centro della Galleria troviamo tele con scorci di abitazioni e oggetti quotidiani “Sedia rossa 2011”-“Bottiglie 2012” –“ Toilette per signore 2011” o “Sedia con cavalletto 2011”. Bello inventare storie, immaginare la presenza nell’assenza; l’attesa e il silenzio di questi quadri richiamano il moto e il dialogo, le prospettive sono alterate perché non devono ospitare veramente persone, i luoghi reali visti dall’artista non sono importanti, importante è il suo ricordo che diventa arte. La pittura di Dilella si compone di tre momenti: la vista, il ricordo e il gesto istintivo sulla tela; con pennellate dirette fa linee e forme che poi cancella e rifà fino a arrivare a ciò che vuole, al suo ricordo. Sulla tela il luogo reale diventa luogo della memoria, quest’ultimo è stato interiorizzato e rielaborato quindi i colori sono diluiti, tenui, la pittura sfuma come sfumato è il ricordo del posto visto. C’è un passaggio dall’esterno all’interno per poi tornare all’esterno con le tele, lo stesso nostro percorso nel vedere questa mostra che ci invita a soffermarsi sulla nostra memoria dell’esterno, sui nostri ricordi di luoghi, sui nostri percorsi visivi; cosa ricordiamo e soprattutto come lo ricordiamo?
Katia Dilella dieci anni fa ha iniziato a dipingere la città, in giro “fotografava” mentalmente scorci, mezzi pubblici, interni dei mezzi pubblici, auto e poi una serie di portoni che dipingeva a memoria in studio. I portoni poi si sono aperti e lei è entrata, ha cominciato a sbirciare gli interni delle case, a memorizzarli fino a che sono arrivati nelle sue opere, visibili a tutti, concreti. Le tele erano materiche, i colori decisi, l’esterno è sempre più invadente, la città ci travolge, le sensazioni sono forti e rumorose. Entrando  in un portone, ci chiudiamo la città ed il suo rumore alle spalle per l’intimo, per un recupero di energie. Ora la sua pittura è sfumata, diafana, i colori sono tenui ma luminosi, c’è attesa, riposo, malinconia, il vissuto è interiore, quasi un ripiegamento su se stessi per ritrovarsi.
www.katiadilella.com

Lligams di Lluìs Cera




“Ogni vita converge verso un centro-espresso-o silenzioso…” (E. Dickinson Silenzi): l’opera Silenzio (2011) dell’artista catalano Lluìs Cera è la morbidezza di un abbraccio, la vicinanza di un contatto, l’amarsi, il volersi. Il marmo è pelle liscia che profuma, urge un contatto per toccare e affondare le dita nella sua molle densità, per sentirne il calore e l'essenza, per sentire la materia farsi viva tra le nostre mani. In bocca il gusto di una caramella tenera nella quale i denti affondano e la lingua s’impasta di dolcezza. In quest’opera di marmo di Carrara e ferro le emozioni e i nodi si sciolgono nella gioia di un incontro. Nel Silenzio c’è un contatto profondo con l’altro se ne sente il respiro, l'odore, il pensiero. Con Silenzio ci avviciniamo all’anima del mondo, in esso i nodi si rompono, le sensazioni fluiscono, il legame è coinvolgente e, finalmente, l’energia scorre libera. Il Silenzio è la pace intima, esiste quando c’è fiducia, serenità, ironia, le nostre difese cadono e ci apriamo a ciò che ci circonda.
Silenzio (2011) fa parte di Lligams la bella mostra di Lluìs Cera visibile alla Limonaia di Palazzo Medici Riccardi fino al 28 aprile 2012 e all’Immaginaria Arti Visive Gallery fino al 30 aprile 2012. Le sculture di Cera sono in marmo, ferro, legno; materiali compatti che l’artista rende mobili, flessuosi e duttili spingendoci a palparli per il piacere di sentirne la levigatezza, vorremmo penetrare questo materiale e slacciarne i nodi. L’artista lega i marmi con ferro, corda o legno alle volte fino quasi a strizzarli e in alcune sculture i materiali si annodano creando un legame, una relazione. Davanti alle sue sculture abbiamo la sensazione che nostri nodi vengano al pettine, il nodo alla gola, il nodo allo stomaco o, ancora, le sculture riflettono i nostri abbracci sicuri e forti, la nostra ricerca di legami e scambi. Siamo di fronte alle nostre emozioni più profonde, l’arte di Lluìs Cera libera la nostra verità interiore che si snoda e si espande. Collegamento (2006) è un nodo che evoca l’allattamento, una madre che culla amorevolmente il suo bimbo, è la dolcezza della Madonna col bambino e allora i nodi diventano altro, sono emozioni e sentimenti, ricordi.
Il marmo si estende e trabocca in Music box diventando spartito musicale, musica che esce da scatole in metallo, un carillon che ci accompagna nella notte, le note come piccole stelle.
Le sculture diventano mari, fiumi, laghi dove le parole scritte sul marmo fluttuano come piccoli pesci, sono onde, risacca nella nostra mente, sono movimenti continui, dai nodi esce lo zampillo della vita e guardarle è abbandonarsi ai flussi di un pensiero creativo; Lluìs Cera con Lligams ci regala l’opportunità di vivere i nostri nodi e legami attraverso la bellezza dell’arte.

domenica 27 gennaio 2013

Piani geometrici di Akronos



Akronos con “piani geometrici” ha trasformato la Galleria Immaginaria di Firenze in un prato, uno spazio aperto, dove le tele sono fiori e le persone, come api, sciamano e si posano da un fiore all’altro imbrattandosi di polline. L’arte di Akronos, come il polline, si appiccica addosso regalando chiarezza e libertà. Il rigore dei quadrati c’impone l’ordine, la sovrapposizione delle forme fa' spazio nello spazio creando respiro e movimento. S’intuiscono la trasparenza e l’armonia grazie all’uso del colore degli antichi affreschi, il nostro corpo e la nostra mente si aprono e respirano fino a che l’abbandono al profumo di primavera è totale e i nostri sensi si ridestano per un auspicabile recupero. Nelle opere di Akronos intuiamo di poter nascondere i piani geometrici della nostra vita, il colore delicato o acceso è organza che si stende sopra e aiuta a dimenticare; nasce, così, la memoria alla quale attingiamo per il nostro continuo divenire così che i piani geometrici si possono leggere e sfogliare come pagine di un libro. In queste opere il tempo e lo spazio s’incontrano: il tempo divino Krònos incontra lo spazio umano, siamo in Akronos dal greco fuori dal tempo, qui il nostro equilibrio si sfalda, oramai il polline ci ha “contagiato”; nella trama ben visibile delle tele scorgiamo il nostro , esso non sparisce neppure con le sovrapposizioni dei piani e le molte, seppur leggere, mani di colore. Tutto ciò ci rassicura, c’incoraggia a voltare gli scritti della nostra vita con piacere e gioia, perché quest’arte rallegra e appaga con grazia ed eleganza.
A Firenze Anita Mollo (italiana laureata in lingua e letteratura inglese) incontra, per caso, Angela Longares (spagnola architetto d’interni). Nel 1982, dall’unione del tempo di Anita e dello spazio di Angela, è nato Akronos la loro firma d’arte, da trent’anni portano avanti un esperimento artistico lavorando a quattro mani. Nel loro studio, piccola e accogliente nicchia in S. Spirito, sbocciano fiori con tele di juta riciclata che rendono bello anche il retro del quadro. Come in un’antica bottega Anita e Angela preparano il supporto, costruiscono i telai di legno, dipingono lievi strati con colori in polvere legati a vinavil diluito, fino a che le tele si fanno memoria individuale e universale ma anche una ricerca e un’idea. La loro arte è essenza e, pur custodendo la cultura classica, incontra l’astrattismo, il minimalismo, la composizione e la scomposizione, il movimento.
La parola “si” fa immagine e poesia “… diventa ricerca pesante e leggera. Rotola per declivi estremi, si con-fonde con la vita stessa, si trasforma in colore: è PITTURA” come dicono Anita e Angela.
Sciamiamo verso “piani geometrici” di Akronos, fino al 15 marzo 2012 alla Galleria Immaginaria.

Camera creativa di Massimo Biagi




Camera creativa - Galleria Die Mauer - Prato fino al 8 marzo 2012: mostra di Massimo Biagi artista, disegnatore instancabile, un percorso artistico fuori dagli schemi. La galleria è ampia, luminosa, poche opere al muro, sono estroflessioni, estroflessione è un ripiegamento verso l'esterno di un organo anatomico o di un tessuto. In Biagi sono lavori tra la pittura e la scultura monocromatici, in compensato dipinti con più mani di colore e in ultimo una mano di cera, colori pastello: grigio, varie tonalità di rosa, celeste, giallo pallido. Opere morbide, al primo impatto ci confondono, non si capisce il materiale, si pensa alla gomma, alla pelle, a parti del corpo che estroflettono formando morbide pieghe, si pensa alla mente di Biagi che crea e dolcemente “rigetta” le forme all'esterno sul legno, il risultato è la dolcezza, la duttilità, il movimento. La luce solare rende le opere ancora più belle, più vive, ogni legno è una piccola storia ma l'una all'altre collegata e dialogante. Massimo Biagi le ha realizzate in pochi mesi, chiuso nella sua camera creativa. L'autoritratto (Miradario e il suo ritratto), il pensatore, un ”uovo” sopra la sua testa a ricordarci Piero della Francesca (Figura con uovo). La paternità, Biagi che ha concepito e portato in grembo Miradario, suo alter ego, personaggio venuto alla luce con uno splendido libro fatto di scritti e disegni dell'artista, tutto a matita rossa.
Guardando la crocefissione scomposta (Figura figuratista crocifissa) ci viene in mente Picasso, il cubismo. Il gioco di parole dell’opera In-formazione : un essere in formazione, che sta completandosi per nascere o ancora l’informazione, un concetto, un’idea ci informa e ci forma sull’arte, sul corpo, sulla crescita. Ancora Die Mauer, omaggio alla galleria. Le figure di queste opere escono dal legno, appunto si estroflettono, si piegano e si riversano sulla materia, lentamente escono all’esterno con quell’incertezza dell’essere e non essere, col dubbio, con l’elasticità di estendersi e di ridursi. I corpi si ripiegano e sono morbide colline, un cenno alle figure di Henry Matisse (La danza – 1910) e a quelle di Michelangelo che escono dal marmo con forza e decisione ma anche con lentezza, aprendosi un varco.
Ancora i piatti e i volti crettati e sfrangiati di Biagi ceramista. Le sculture in ferro, che il flessibile ha reso grafie, ci conducono ai Frammenti. Grigi. Graficismi e dintorni ( LATO – Prato), in queste opere il segno è protagonista assoluto, autonomo e libero, il suo movimento, le onde e i vortici ci coinvolgono continuamente creando altro come se l’opera non fosse mai ferma ma in continuo divenire, è il transitare ed il brusio della vita, l’energia creativa, la potenza del fluire e del cambiare. Giochi di luce che ci “stordiscono” portandoci oltre il limite dell’opera stessa.

Dagli indici ai pollici di Pietro Calabretta



Alla Galleria Immaginaria di Firenze l’installazione, “Dagli indici ai pollici” di Pietro Calabretta, ha l'odore nauseabondo di plastica che ci avvolge entrando: grandi sacchi neri per la nettezza occultano gli scaffali, una cascata di libri esce da un sacco a indicare che dietro questa “spazzatura” c'è la cultura ma uno spesso velo nero la ricopre. La citazione CERTA MITTIMUS, DUM INCERTA PETIMUS (Plauto)“Rinunciamo alle cose certe alla ricerca delle cose incerte” ci invita a cercare le cose incerte. Calabretta ha concepito questa installazione come un viaggio dello svelamento così che entrando nella seconda sala leggiamo: O PESSIMUM PERICLUM, OPERTUM QUOD LATET! (P. Sirio) “Grande pericolo celato in luogo sicuro”. Televisori portatili, di tanti i modelli e colori, occupano il posto dei libri nello scaffale e ci “guardano”. In questo gioco di rovesciamento di sguardi udiamo il loro brusio, affascinati e sedotti dalla loro invadenza e bellezza. Siamo stati catturati dai televisori della collezione di Pietro Calabretta, che, non molti anni fa, ammirando la sua piccola installazione di TV portatili, sistemati per caso in una libreria, capì che era bello osservarla dal divano in cui sedeva e ne cominciò la raccolta. Tutto è iniziato per caso, dice, adesso ha 1500 televisori portatili che sono rigorosamente in bianco e nero e funzionanti, i più vecchi sono degli anni '50. Dunque Calabretta ci ha attirato in questa sala spogliati delle cose certe e alla ricerca delle cose incerte, scopriamo che abbiamo abbandonato e buttato i libri per la televisione, in questo caso portatile, cioè che può stare sempre con noi in ogni luogo, piccola non occupa lo spazio fisico ma solo quello mentale sostituendo il libro. Il bla bla televisivo spesso è un rumore di sottofondo che ci distrae, ci stordisce, ci rilassa, non ci fa pensare, ci culla, ci tiene compagnia; distratti registriamo messaggi senza rielaborarli. Abbiamo buttato il tatto, la vista, la parola scritta, l'odore della carta, il pensiero attivo, ossia il libro, per scoprire, in luogo sicuro il pericolo di diventare esseri non pensanti e manipolati dai mass media. Il nostro percorso prosegue ma serve un atto di volontà per entrare nella terza sala perché è chiusa da una tenda nera, se lo facciamo c'è lo“svelamento”. La sala è oscurata, le televisioni sono distrutte e buttate nei bidoni dell’immondizia e due colonne di libri rinascono, con essi c'è la voglia di tornare protagonisti, di essere attivi e ragionanti, ritorna la voglia di comunicare e discutere perché la parola scritta non è apparenza, parla di noi e a noi, ci fa pensare, ci insinua dubbi e riflessioni, ci rivela. La parola scritta porta in sé amore, passione, sofferenza, gioia: HOC EST IN VOTIS (Orazio) “Questo è dunque l'auspicio”. Questa sala rende al libro il suo posto d'onore con l’auspicio che l'uomo ritrovi la capacità di pensare con la propria mente: “Se ritieni che l’umanità sia troppo uniformemente grigia, vai alla ricerca del tuo colore e sii unico” scrive Pietro Calabretta nel suo libro La saggezza del Marabù, e allora, dopo lo svelamento, accettiamo con gioia l’invito di Calabretta a bere e a brindare per aver ritrovato noi stessi, quali entità pensanti, e il libro quale speciale compagno di viaggio.

Canti Andalusi di Resmi al Kafaji





“Canti Andalusi” dell’artista iracheno Resmi al Kafaji: la ricchezza, l'eleganza e la raffinatezza della cultura araba in questa bellissima mostra alla Galleria Immaginaria di Firenze e alla Galleria Quadro 0,96 di Fiesole fino al 14 febbraio 2012.
“ Fino a poco tempo fa ho usato il colore ad olio, adesso uso solo il bianco, il nero e le infinite sfumature di grigio e vedo tutti i colori del mondo” afferma l’artista. La sensazione, infatti, è di essere in mezzo ai colori, i blu, i bianchi, gli oro delle moschee e dei minareti dell'Iraq che risaltano nell’azzurro del cielo.
I Canti andalusi di Resmi rievocano Le Piste del sogno degli aborigeni dell'Australia (Bruce Chatwin – Le Vie del Canti 1987): migliaia di linee immaginarie che attraversano l'intero continente, gli antenati hanno creato il mondo cantando, cantare è esistere, un canto è mappa. I Canti Andalusi di Resmi sono suggestivi percorsi che visitano paesi e culture, che si sovrappongono, che si estendono fino a diventare altro a ricreare paesi e mondi. La bella carta martellata e l’acqua aiutano ad “allargare”, a diluire il nero che, sciogliendosi ed ammorbidendosi, si purifica e si affina divenendo luminoso e arioso. Il grigio ha molte gradazioni fino al bianco accecante come l’Andalusia, terra di sole e di diversità, case bianche e fiori variopinti, paesini arroccati e profumo di agrumi e di olio, musica. Così facendo, l’artista intesse un movimento dal nero al bianco, dal buio alla luce, da un paese devastato, l’Iraq, alla passionale e solare Andalusia. La scrittura, anzi la calligrafia araba diventa parte essenziale dell’opera di Resmi. La sua arte, come l’Andalusia, che è stata un ponte tra due continenti, è l’incontro tra l’ Iraq e la Toscana, dove vive dal 1977, è l’ incontro tra Mesopotamia e Etruria, tra il Cipresso e il Melograno simboli anche della morte e della rinascita. In queste opere il melograno è importante: frutto dalla buccia coriacea con grani rossi al suo interno è simbolo di fecondità, abbondanza, regalità, energia vitale: esempio di cose buone create da Allah e frutto nel giardino del Paradiso. E’ un richiamo al Rinascimento italiano, alla Madonna della Melagrana dipinta da Botticelli e da Leonardo, al cartone di Raffaello, alla scultura di Jacopo della Quercia.
Resmi parla del suo ritorno in Iraq dopo 30 anni: ha trovato una terra devastata dalla dittatura e dalle guerre, la cultura si è fermata, l’Iraq del suo ricordo è stato spazzato via ed allora, forse, c'è bisogno di silenzio, d’interiorità, dei bianchi, dei neri e dei grigi. Necessita il “ritiro” dal colore per ricostruire la memoria tradita dalla realtà, per accettare il luogo d’origine offeso dagli eventi.
“Ogni cosa quotidiana può diventare arte basta vederla con occhi artistici” sostiene Resmi (Tachidol – video) ed allora ascoltiamo i Canti Andalusi e percorriamoli come fossero Le Piste del sogno.