domenica 29 dicembre 2013

Idoli di Paolo Caponi



Sabato 7 dicembre 2013 alla Galleria Immaginaria di Firenze si è inaugurata la mostra personale di Paolo Caponi Idoli, esposte foto, sculture, ceramiche e gioielli. L’artista è affascinato dalla bellezza dei materiali offerti dalla terra: argilla, legno trasformato dal tempo, metalli, pietre, conchiglie. Li raccoglie e li trasforma in sculture o foto, le spille sono gioielli che possono essere anche piccole sculture o, messe in cornice, deliziosi e preziosi quadri. Tutte le opere in mostra sono fascinose, sono sirene che ci seducono col loro canto, nel canto il mistero della vita e delle tante culture che sembra si siano date appuntamento in questa galleria. I grandi Idoli di legno ricordano i sarcofagi dell’antico Egitto o i totem, le teste di bronzo o in pietra sono scarne per trattenere l’essenza dei volti e delle espressioni. Nelle fotografie di Caponi scorgiamo la possibilità di rielaborare la realtà per scoprire che dietro di essa c’è tanto altro. In queste opere c’è il desiderio di esplorare dimensioni diverse per vedere tra le pieghe delle culture e dei popoli. Caponi come un saggio o un sacerdote svela i segreti della vita attraverso la trasformazione della materia e del tempo, le sue fotografie sembrano vecchie stampe ritrovate in soffitta dentro bauli. Esse ricordano libri di avventure con pirati, galeoni e mappe per cercare i tesori. In Galleria ri-troviamo i tesori dell’umanità che Caponi cerca dentro se stesso per poi creare un’arte universale che abbraccia il mondo nelle sue diversità. L’artista è come se fosse al di sopra e percepisse quel filo che unisce l’umanità, le sue opere sono del e nel mondo e riassumono i patrimoni di conoscenza dei tanti popoli che abitano la terra per questo, è facile riconoscersi nella sua arte qualunque sia il nostro luogo d'origine. La mostra finirà il 4 gennaio 2014.






lunedì 16 dicembre 2013

Passeggeri di Angelo Barone, Aroldo Marinai, Mariateresa Sartori



Passeggeri è la mostra di Angelo Barone, Aroldo Marinai e Mariateresa Sartori, dopo diciotto anni di nuovo insieme alla Galleria La Corte Arte Contemporanea di Firenze fino al 19 dicembre 2013. Tre artisti passeggeri che percorrono la vita srotolando il tempo come fil rouge, Mariateresa Sartori rende omaggio a Stephen Jay Gould col video Qwerty o così va il mondo 2008, frasi di Gould compaiono, come se fossero scritte a macchina, associate a filmati di sportivi vittoriosi o perdenti colti nel momento del loro massimo sforzo. La loro prestazione è solo un elemento della vittoria o sconfitta, altri fattori incontrollabili contribuiscono a determinare la loro sorte. Anche nella vita è così e a volte i deboli sconfiggono i forti come la tastiera qwerty, perché “Per i sistemi complessi la norma è la stasi; il mutamento, una volta che sia provocato, è di solito rapido ed episodico.” scrive Gould. Le opere in carta di Aroldo Marinai parlano di tempo memoria, i ricordi d’infanzia e della madre s’intrecciano in disegni liberi. L’artista riprende il segno spontaneo dopo il ritrovamento di disegni fatti da piccolo quasi a voler ripercorrere e riappropriarsi del bambino Aroldo. In queste opere c’è spontanea affettività, la madre diventa un punto di riferimento interiore da dove attingiamo amore. Marinai ha ri-percorso l'infanzia e i ricordi legati a essa, ci dona questi disegni con pudore, nostalgia, ma anche con vitalità e voglia di ri-mettersi in gioco perché le potenzialità del bimbo sono ancora intatte. Nell'infanzia il tempo è infinito e dilatato, disegnare è gioia, gioco tra cowboy e indiani, è raccontare il proprio vissuto, gli affetti, i sogni e le fantasie, le paure sono illustrate da segni e colori. Oggi il vissuto affettivo si lega all'uomo artista, i segni e i colori diventano arte, Marinai ci comunica con leggerezza l'amore e la perdita e come la spirale del tempo ha ri-visitato temi infantili per trasformarli in altro, continuo del suo percorso artistico. Le foto di Angelo Barone Casematte ri-visitano il passato collettivo, l’artista ri-percorre il viaggio a piedi di Paul Virilio del Vallo Atlantico “Bunker e Archeologie” negli anni '50. Barone ricerca i siti su internet e fotografa i bunker sullo schermo del computer cioè foto di foto, lo schermo del computer è filtro e difesa dal bunker stesso. Le foto sono volutamente sfocate perché la realtà non sempre è ben visibile, è un viaggio virtuale nella memoria storica dove il bunker diventa ricordo di paura e distruzione, ma, con la sfocatura non sempre vediamo bene la realtà, difatti alcune foto non rendono l'idea di compattezza dell'edificio ma sembrano morbide torte colorate. Il tempo che scorre porta ricordi individuali e sociali, il tempo è il presente ma internet ci lega immediatamente al passato che diventa reale nella foto, ma nello stesso tempo non lo è perché fuori fuoco. Barone non viaggia realmente e “distrugge” il tempo del viaggio trasformandolo in qualcosa che si sottrae e si dissolve diventando altro.
 www.mariateresasartori.it

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lunedì 2 dicembre 2013

L'anima nella pittura di Gustavo José Maestre Yanse

www.gustavomaestre.com


Il rosso, la materia, gli oggetti dentro il quadro, le statuette di Maria Lionza, il pane di mais venezuelano, le perline colorate, le biglie di vetro, i sigari. Tanto colore rosso, simboli, parole confuse, sconosciute, non dette, quasi senza senso. Lo sciamanesimo, le preghiere, il miscuglio tra cristianesimo, paganesimo e riti di magia bianca. Dove sono la bellezza, l’armonia e l’estetica? I quadri di Gustavo José Maestre Yanse ci scuotono, vogliono essere toccati e posseduti, le tele sono dipinte senza filtro della ragione, sono cuori, sono pance, sono anime, i colori accesi e squillanti gridano nell’essere buttati sulla tela con gesto libero e in apparenza caoticamente. La paura e la diffidenza si risvegliano a vedere queste opere mentre la ribellione, la libertà, lo spazio e il viaggio si destano e ci incitano ad avere relazioni libere e spontanee. C’è ansia di “scoprire” qualcosa che per troppo tempo è stato celato, fatto morire perché in-accettabile, qualcosa di molto “pericoloso” perché fuori dagli schemi, fuori dai luoghi comuni e dai sentieri battuti, le tele arrivano dirette a quella parte di noi dove tutto è possibile. La cultura latina americana di Maestre è prepotente e ci obbliga all’incontro col diverso, qui sentiamo l’unicità dell’essere umano, la nostalgia, il continuo oscillare tra partire e ritornare alla terra madre, alle nostre radici, alla nostra primitività. Ci guida verso il nomadismo innato che ci fa viaggiare per il mondo e dentro noi stessi per ri-trovarci, siamo di fronte alla nostra nudità perché ci svestiamo di tutti i pregiudizi per essere in contatto con la nostra vera natura caotica ed estrema. Quest’arte ci invita al caos, tante cose insieme, mischiate, confuse, paure e ombre, è una pittura che colpisce il centro del nostro corpo ferendoci, sono stilettate di dolcezza e malinconia miste alla voglia di fuggire dagli schemi per vivere i colori e le grandi dimensioni. L’artista si lascia toccare, ci dona la sua vita con i colori fatti carne, ci trascina nella potenza dell’amore attraverso il dolore e il pianto ma la repulsione è incontrollata e di nuovo cerchiamo di coprire il caos. Dentro le sue opere c’è la natura che sana e guarisce, la terra-madre, la potenza del femminile accogliente e distruttivo. Le tele sono amplessi di materia e spirito, potenza creativa che dirompe, natura incontaminata e caotica eppure ordinata, grido, rabbia, odio, calore, sono una ninna nanna, una carezza lontana e la sua mancanza. Abbiamo l’occasione di arrivare al dis-ordine interiore che parla a ruota libera, Maestre ci spinge a vivere una vita libera, la nostra vera vita, per un attimo ci fa sentire vivi e senza controllo per questo la sua pittura può diventare ansia, paura, distanza. Esso richiama con l’arte la potenza della vita e della morte e le proprie origini, apre uno squarcio su un interiore dirompente e istintivo. Solo soffermandoci e accogliendo ciò scopriamo l’amore e la gratitudine, il dolore dell’abbandono ci apre alla relazione con l’altro dentro di noi, fino all’abbraccio interiore espressione totale della nostra individualità.
maestre62@hotmail.com

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venerdì 22 novembre 2013

Dai piedi alla testa opere istallazioni performance 1968 - 2013 di Luca De Silva



Tutta la nostra vita è il nostro corpo: ideale, antropologico, psicologico, assente o virtuale, d’arte, di sogno come i sei periodi principali del percorso artistico di Luca De Silva. Il corpo è il protagonista della sua bella mostra antologica “dai piedi alla testa opere installazioni performance 1968 – 2013 al Palazzo Medici Riccardi fino al 30 novembre 2013. Il corpo è estensione dei nostri sentimenti, contenitore di sogni e d’ideali, il corpo come esaltazione dell’amore e dell’espressione artistica che diventa anche superficie sulla quale dipingere, protagonista di foto e sculture, esso stesso opera d’arte. Luca De Silva è uno sciamano che fa un viaggio spirituale nella realtà oltre al mondo quotidiano. La parola “sciamano” ha la radice indoeuropea sa legata al verbo sapere e mánu uomo, Luca De Silva è un uomo di sapere, la sua conoscenza è data dall’interagire con l’universo per essere in contatto con altre realtà della natura, ha il coraggio di esporre se stesso per trasmettere i propri desideri e le proprie passioni nella società avendo la consapevolezza che la sua percezione del mondo è una sua verità soggettiva. De Silva con la sua arte ci dice che ogni persona può compiere il viaggio nella realtà non-ordinaria, non abbiamo bisogno d’intermediari per avvalerci della saggezza e dei poteri di guarigione dell'universo e la spiritualità è una capacità innata dell'essere umano. Con le sue opere “guarisce” se stesso e ci aiuta a ri-conoscere in noi quel sapere arcaico e sporco dei piedi che affondano nella terra, spesso abbandonato per il sapere della testa, pulito ma alle volte solo concettuale. Nella mostra dai piedi alla testa il corpo attinge energia dal basso che si espande verso l’alto, essa parte dalla terra per poi salire come se l’energia della madre terra fosse nutrimento del nostro corpo fisico, mentale e spirituale. Dai piedi alla testa capovolge, inverte forse disturba il classico “dalla testa ai piedi” perché possiamo essere anche diversi e procedere dai piedi non solo dalla testa. Incedere dai piedi è venire dalla terra, dalla natura, dalle nostre radici, è fare parte di un tutto che è energia fisica e spirituale, è riuscire a convogliare e trasformare l’energia della terra in creatività. De Silva ha un percorso artistico personale che è la sua vita, “Mi sono fatto l'idea - dichiara De Silva - che l'artista si muova nelle forme dell'arte come un alchimista, il quale si accorge che il valore e il senso delle cose sono nel percorso, nel processo del fare: l'oggetto, l'opera, è solo il pretesto”. A vedere questa mostra abbiamo la sensazione che l’artista ri-nasca a ogni opera liberando qualcosa di se e del mondo che lo circonda. Le opere sono molto forti, lentamente i nostri piedi affondano e mettono radici, diventiamo alberi che uniscono la terra al cielo, il mondo inferiore a quello superiore e tramite tra la sapienza innata del cosmo e dell’individuo.
www.lucadesilva.com

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sabato 2 novembre 2013

Ho fame di Elisabetta Falqui



“Ho fame mangio non mangio questo e basta, poi inizio la dieta, da lunedì sarò a dieta, sono grassa...” queste parole si possono declinare non solo al mangiare cibo ma anche al concederci di occupare spazio nel mondo e nell’affermare noi stessi per essere colorati, eccentrici e godere nell’esserlo. Elisabetta Falqui ha inaugurato, sabato 26 ottobre alla Galleria La Corte arte contemporanea di Firenze, la mostra “Ho fame”, sono belle foto in bianco e nero di donne e uomini visti di schiena nudi, alcuni corpi sono in sovrappeso. Il bianco e nero delle foto le controlla e le rende sobrie, una scritta le accompagna, l’insieme è molto forte e Falqui ci trascina, a sorpresa, nell’ossessività sul cibo e non solo. La rotondità e la morbidezza delle forme sono amate nell'arte e in molte culture sono segno di benessere non solo fisico, nella nostra società le diete di ogni genere ci guidano nel quotidiano. Falqui con questi lavori ci tocca profondamente nel nostro intimo, ci fotografa e dà risalto alla nostra fisicità e sessualità ma soprattutto ci pone di fronte al piacere dello stare bene con noi stessi e col nostro aspetto quale linea di confine con l’esterno. Falqui ci rende consapevoli dell’amore verso noi stessi perché siamo ciò che mangiamo fisicamente e spiritualmente. Le sue foto ci costringono ad affrontare il nostro benessere interiore legato al cibo, al sesso e alle relazioni d'amore e d'amicizia perché ogni relazione passa attraverso il nutrimento con scambio e sostegno reciproco. Nella serie di foto in dissolvenza l’immagine di un tavolo apparecchiato in giardino con avanzi del pranzo e le sedie vuote, dove sono i commensali? Mancano, alle volte manchiamo nelle relazioni, nel sostentamento affettivo e fisico, alcune volte mangiamo troppo o troppo poco e ci sentiamo in colpa. Le nostre relazioni sono nutrite da cibo e sentimenti, una tavola dove i convitati non ci sono è una tavola “abbandonata” senza assaporare il piacere e il gusto di stare insieme senza fretta anche dopo il pasto dedicando tempo e spazio al nutrimento relazionale, alla socialità. Il nutrimento è fisico e spirituale, l'arte nutre la nostra anima e in questa mostra Falqui è riuscita a condividere con noi un’ossessione e restituirla in chiave artistica per un nutrimento dell'anima non solo individuale ma anche collettiva. Il lavoro artistico di Falqui tocca gli estremi del mangiare tutto fino all’obesità o niente fino a svanire, in entrambi i casi c’è il controllo come se ci fosse un’incapacità a lasciarsi andare all’equilibrio naturale del corpo, a quel flusso vitale che alimenta il nostro essere, senza limiti ma seguendo i nostri bisogni profondi che siano essi di cibo per il corpo o di conoscenza per lo spirito. La mostra di Elisabetta Falqui finirà il 22 novembre 2013.

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