domenica 23 febbraio 2014

Giallo oro e la linea d'ombra di Isabella Staino


Isabella Staino è alla Galleria-Libreria d’Arte Babele con la mostra “Giallo oro e la linea d’ombra” fino al 28 febbraio 2014, insieme il libro di Antonio Tabucchi Isabella e l’ombra illustrato dall’artista. Nelle sue opere la morbidezza è resa attraverso la cera e il gesso stesi sulla carta, la superficie è cangiante e delicata, la materia forma lievi spessori creando figure femminili soavi, musicali e liriche. La delicatezza, il sogno e il fiabesco ci vengono incontro, le donne protagoniste delle opere danzano intorno a noi narrandoci storie vere e favole alate, svolazzanti come le stoffe di alcune vesti dipinte. Le donne sono piccoli vagabondi che girano per il mondo donando un'onirica sapienza, sono cantastorie, musici, giocolieri della vita che ci parlano con un linguaggio d’immagini e colori come la piccola Isabella del racconto. Le parole di Tabucchi, che già sono colore e sensibilità, prendono corpo, dopo dieci anni, con le illustrazioni di Isabella, il libro è uscito il 23 settembre 2013 per i settant’anni dello scrittore morto nel 2012, qui sono esposte le tavole originali. Isabella Staino pensa a colori anche da adulta e con essi ci parla di viaggi, di attimi di vita reale, le giovani donne hanno l’aurea colorata che si propaga come un'onda investendoci di sensibilità e disponendoci a sentire profondamente per comprendere una realtà interiore di ognuno di noi dove non esiste la fretta, il tempo si dilata e il silenzio permette alle immagini di affiorare alla mente. Siamo come il Piccolo Principe, in questo viaggio tutto è rivelazione e gli incontri sono emozioni in un gioco sfumato sempre in bilico tra realtà e fantasia dove anche il mondo reale è permeato di dolcezza e fascino. Le donne hanno una fragilità che le rende fascinose e sensuali, ma la loro forza sta proprio nel loro essere sinuoso, spiriti liberi che vivono la loro vita assaporando i piccoli piaceri quotidiani. I colori, la flessuosità delle figure e gli spazi che le circondano ricordano le stampe giapponesi e l’arte islamica. Il mondo di Isabella si schiude davanti ai nostri occhi con grazia e ci permette di entrare in punta di piedi nel suo immaginario e nella sua vita reale. In tutto questo giallo oro c’è una linea d’ombra, il colore terra d’ombra, ciò che permette di integrare l’ombra alla luce, la malinconia alla gioia e il giallo alla terra per avere equilibrio e continuità della vita.

Simultaneità & Sistema di Rainer Görß




Alla Galleria Immaginaria fino al 24 febbraio 2014 la mostra di Rainer Görß “Simultaneità & Sistema”, alle pareti istallazione formate da foto, dipinti su carta e su vetro. Le opere di ogni installazione sono collegate fra loro a formare un sistema cioè un insieme di elementi interconnessi tra di loro o con l'ambiente esterno tramite reciproche relazioni ma che si comportano come un tutto secondo proprie regole. Nell’installazione 1914 – 2014 si trovano avvenimenti che hanno interagito fra loro fino a arrivare ai nostri giorni, la prima guerra mondiale ha segnato l'inizio di un secolo di grandi scoperte e cambiamenti radicali nella nostra società passando anche dall’atrocità della seconda guerra mondiale. C’è contemporaneità nelle varie situazioni e all’interno dei sistemi tutto è collegato, riconosciamo legami tra avvenimenti storici, sociali e individuali. Nella mostra scopriamo la natura attraverso le bio-immagini coltivate e poi raccolte come fossero esseri viventi. Nelle istallazioni di Rainer Görß percepiamo chiaramente la vita che brulica e si muove, tutte le simultaneità concorrono ad alimentare un sistema, a farlo crescere. Dietro queste opere realtà retrostanti, ogni opera è un’entità autonoma che vive di vita propria e coopera a formare un tutto. Le opere di Rainer Görß sono cellule collegate fra loro come in un corpo umano e hanno bisogno della connessione per dare origine a un organismo completo che è la storia della nostra società. Le opere su carta e su vetro sono informali, sono spartiti musicali, getti d’inchiostro disegnano connessioni casuali ma di contatto, alcune opere su vetro danno vita a stelle e pianeti, altre sono mari in tempesta con cieli di nuvole che corrono e si addensano. Tanti paesaggi scorrono davanti ai nostri occhi affascinandoci e portandoci fra gli elementi della natura o ancora tra eventi storici alla base della nostra attuale società ma sempre ci parlano del continuo spostamento e di legami come se niente in questo mondo possa essere completamente indipendente e isolato. L’arte di Rainer Görß scorge il nomadismo della vita, il soffio di vento conduce piccole particelle dell’essenza di ogni cosa da una condizione a un'altra partecipando così alla nascita di altro, altre situazioni, altre immagini, altre vite ma tutte sempre e comunque in relazione fra loro perché ognuna ha in se minutissimi frammenti delle altre.

Pubblicato su Cultura Commestibile del 22/02/2014
 

mercoledì 12 febbraio 2014

Séraphine de Senlis (1864 - 1942)

Il 20 giugno 2014 s’inaugurerà una mostra collettiva per onorare i 150 anni dalla nascita di Sèraphine de Senlis. Io curerò l’esposizione che sarà all’Atelier Giardino Colgante dell’artista Gustavo Maestre a Prato.


Nell’arte dimora la follia, ogni uomo coltiva dentro di se una parte di follia che gli permette di vivere la vita con originalità e creatività. L’artista è un folle che da forma e colore alle sue visioni, l’uomo attraverso l’arte riesce a mantenere un equilibrio e a non superare quella sottile linea che, alcune volte, può portare nel caos delle allucinazioni. Per Séraphine, pittrice francese, questa stabilità si è incrinata ed è sprofondata nella sua arte follia. Séraphine de Senlis all'anagrafe Séraphine Louis nasce ad Arsy il 2 settembre 1864, di origini umili e prematuramente orfana di madre lavora come domestica sin da bambina. Di notte china a terra nella sua piccola stanza e quasi in estasi dipinge e prega, forse, parla con voci che immagina udire. Nella cattedrale di Notre-Dame a Senlis Séraphine ha sentito la Madonna che le ordinava di dipingere e si è votata alla pittura, Séraphine dipinge la natura, i suoi fiori sono preghiere che s’innalzano al cielo con il solo supporto dell’universo. I suoi quadri sono pieni, densi e coloratissimi, la bellezza e la luminosità sono esaltate, ricordano le pitture religiose e la spiritualità dell’arte gotica, sono vetrate di cattedrali. Sèraphine dipinge per necessità e ciò le permette di vivere una vita faticosa e senza affetti, Séraphine è autodidatta ma le sue tele hanno la capacità di trascinarci dentro, sono labirinti e litanie, sono ossessività e ritmi sempre più serrati, la natura dipinta è esplosiva, compulsiva e inebriante, i fiori si potrebbero moltiplicare all’infinito. Séraphine dipinge in uno stato di trance, si fa guidare da qualcosa d’interiore, di fisico e spirituale insieme, forse la sua anima, costretta di giorno alla fatica fisica, di notte, finalmente libera, esprime la sua bellezza e la sua luce attraverso la pittura. Del suo lavoro di domestica Séraphine dirà «facevo i miei lavori neri», forse intendendo contrapporli ai lavori colorati: di giorno quelli neri, di notte i colorati, i suoi ritmi ribaltati, le luci invertite per una pittura segreta. Wilhelm Uhde, collezionista d’arte, nel 1912 scoprì il suo talento e le rese un breve periodo di benessere e fama. La crisi economica del 1929 colpì anche Wilhelm Uhde e Séraphine si sentì, forse, abbandonata e tradita, il mondo tra realtà e immaginazione che lei si era creata, la conduce al delirio fino a lasciare nel 1932 Senlis per essere ammessa nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Clermont de l’Oise con la diagnosi di psicosi cronica con manie di grandezza. Séraphine morirà l’11 dicembre 1942 Udhe va a trovarla spesso nei dieci anni d’internamento. Séraphine in manicomio non dipinge più, ma scrive nonostante la scarsità della carta, ci sono molti documenti che testimoniano questo periodo della sua vita, scritti dallo psichiatra Lucien Bonnafé, raccolti poi in un libro Dans cette nuit peuplée con copertina un dipinto di Séraphine. Nel 1945 Udhe organizza una mostra in sua memoria a Parigi, interamente dedicata a lei nel 1947 muore, cinque anni dopo Séraphine.



Francoise Cloarec, Séraphine, La vita sognata di Séraphine de Senlis, Archinto 2010


Seraphine del regista francese Martin Provost, Francia 2008,



domenica 29 dicembre 2013

Idoli di Paolo Caponi



Sabato 7 dicembre 2013 alla Galleria Immaginaria di Firenze si è inaugurata la mostra personale di Paolo Caponi Idoli, esposte foto, sculture, ceramiche e gioielli. L’artista è affascinato dalla bellezza dei materiali offerti dalla terra: argilla, legno trasformato dal tempo, metalli, pietre, conchiglie. Li raccoglie e li trasforma in sculture o foto, le spille sono gioielli che possono essere anche piccole sculture o, messe in cornice, deliziosi e preziosi quadri. Tutte le opere in mostra sono fascinose, sono sirene che ci seducono col loro canto, nel canto il mistero della vita e delle tante culture che sembra si siano date appuntamento in questa galleria. I grandi Idoli di legno ricordano i sarcofagi dell’antico Egitto o i totem, le teste di bronzo o in pietra sono scarne per trattenere l’essenza dei volti e delle espressioni. Nelle fotografie di Caponi scorgiamo la possibilità di rielaborare la realtà per scoprire che dietro di essa c’è tanto altro. In queste opere c’è il desiderio di esplorare dimensioni diverse per vedere tra le pieghe delle culture e dei popoli. Caponi come un saggio o un sacerdote svela i segreti della vita attraverso la trasformazione della materia e del tempo, le sue fotografie sembrano vecchie stampe ritrovate in soffitta dentro bauli. Esse ricordano libri di avventure con pirati, galeoni e mappe per cercare i tesori. In Galleria ri-troviamo i tesori dell’umanità che Caponi cerca dentro se stesso per poi creare un’arte universale che abbraccia il mondo nelle sue diversità. L’artista è come se fosse al di sopra e percepisse quel filo che unisce l’umanità, le sue opere sono del e nel mondo e riassumono i patrimoni di conoscenza dei tanti popoli che abitano la terra per questo, è facile riconoscersi nella sua arte qualunque sia il nostro luogo d'origine. La mostra finirà il 4 gennaio 2014.






lunedì 16 dicembre 2013

Passeggeri di Angelo Barone, Aroldo Marinai, Mariateresa Sartori



Passeggeri è la mostra di Angelo Barone, Aroldo Marinai e Mariateresa Sartori, dopo diciotto anni di nuovo insieme alla Galleria La Corte Arte Contemporanea di Firenze fino al 19 dicembre 2013. Tre artisti passeggeri che percorrono la vita srotolando il tempo come fil rouge, Mariateresa Sartori rende omaggio a Stephen Jay Gould col video Qwerty o così va il mondo 2008, frasi di Gould compaiono, come se fossero scritte a macchina, associate a filmati di sportivi vittoriosi o perdenti colti nel momento del loro massimo sforzo. La loro prestazione è solo un elemento della vittoria o sconfitta, altri fattori incontrollabili contribuiscono a determinare la loro sorte. Anche nella vita è così e a volte i deboli sconfiggono i forti come la tastiera qwerty, perché “Per i sistemi complessi la norma è la stasi; il mutamento, una volta che sia provocato, è di solito rapido ed episodico.” scrive Gould. Le opere in carta di Aroldo Marinai parlano di tempo memoria, i ricordi d’infanzia e della madre s’intrecciano in disegni liberi. L’artista riprende il segno spontaneo dopo il ritrovamento di disegni fatti da piccolo quasi a voler ripercorrere e riappropriarsi del bambino Aroldo. In queste opere c’è spontanea affettività, la madre diventa un punto di riferimento interiore da dove attingiamo amore. Marinai ha ri-percorso l'infanzia e i ricordi legati a essa, ci dona questi disegni con pudore, nostalgia, ma anche con vitalità e voglia di ri-mettersi in gioco perché le potenzialità del bimbo sono ancora intatte. Nell'infanzia il tempo è infinito e dilatato, disegnare è gioia, gioco tra cowboy e indiani, è raccontare il proprio vissuto, gli affetti, i sogni e le fantasie, le paure sono illustrate da segni e colori. Oggi il vissuto affettivo si lega all'uomo artista, i segni e i colori diventano arte, Marinai ci comunica con leggerezza l'amore e la perdita e come la spirale del tempo ha ri-visitato temi infantili per trasformarli in altro, continuo del suo percorso artistico. Le foto di Angelo Barone Casematte ri-visitano il passato collettivo, l’artista ri-percorre il viaggio a piedi di Paul Virilio del Vallo Atlantico “Bunker e Archeologie” negli anni '50. Barone ricerca i siti su internet e fotografa i bunker sullo schermo del computer cioè foto di foto, lo schermo del computer è filtro e difesa dal bunker stesso. Le foto sono volutamente sfocate perché la realtà non sempre è ben visibile, è un viaggio virtuale nella memoria storica dove il bunker diventa ricordo di paura e distruzione, ma, con la sfocatura non sempre vediamo bene la realtà, difatti alcune foto non rendono l'idea di compattezza dell'edificio ma sembrano morbide torte colorate. Il tempo che scorre porta ricordi individuali e sociali, il tempo è il presente ma internet ci lega immediatamente al passato che diventa reale nella foto, ma nello stesso tempo non lo è perché fuori fuoco. Barone non viaggia realmente e “distrugge” il tempo del viaggio trasformandolo in qualcosa che si sottrae e si dissolve diventando altro.
 www.mariateresasartori.it

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lunedì 2 dicembre 2013

L'anima nella pittura di Gustavo José Maestre Yanse

www.gustavomaestre.com


Il rosso, la materia, gli oggetti dentro il quadro, le statuette di Maria Lionza, il pane di mais venezuelano, le perline colorate, le biglie di vetro, i sigari. Tanto colore rosso, simboli, parole confuse, sconosciute, non dette, quasi senza senso. Lo sciamanesimo, le preghiere, il miscuglio tra cristianesimo, paganesimo e riti di magia bianca. Dove sono la bellezza, l’armonia e l’estetica? I quadri di Gustavo José Maestre Yanse ci scuotono, vogliono essere toccati e posseduti, le tele sono dipinte senza filtro della ragione, sono cuori, sono pance, sono anime, i colori accesi e squillanti gridano nell’essere buttati sulla tela con gesto libero e in apparenza caoticamente. La paura e la diffidenza si risvegliano a vedere queste opere mentre la ribellione, la libertà, lo spazio e il viaggio si destano e ci incitano ad avere relazioni libere e spontanee. C’è ansia di “scoprire” qualcosa che per troppo tempo è stato celato, fatto morire perché in-accettabile, qualcosa di molto “pericoloso” perché fuori dagli schemi, fuori dai luoghi comuni e dai sentieri battuti, le tele arrivano dirette a quella parte di noi dove tutto è possibile. La cultura latina americana di Maestre è prepotente e ci obbliga all’incontro col diverso, qui sentiamo l’unicità dell’essere umano, la nostalgia, il continuo oscillare tra partire e ritornare alla terra madre, alle nostre radici, alla nostra primitività. Ci guida verso il nomadismo innato che ci fa viaggiare per il mondo e dentro noi stessi per ri-trovarci, siamo di fronte alla nostra nudità perché ci svestiamo di tutti i pregiudizi per essere in contatto con la nostra vera natura caotica ed estrema. Quest’arte ci invita al caos, tante cose insieme, mischiate, confuse, paure e ombre, è una pittura che colpisce il centro del nostro corpo ferendoci, sono stilettate di dolcezza e malinconia miste alla voglia di fuggire dagli schemi per vivere i colori e le grandi dimensioni. L’artista si lascia toccare, ci dona la sua vita con i colori fatti carne, ci trascina nella potenza dell’amore attraverso il dolore e il pianto ma la repulsione è incontrollata e di nuovo cerchiamo di coprire il caos. Dentro le sue opere c’è la natura che sana e guarisce, la terra-madre, la potenza del femminile accogliente e distruttivo. Le tele sono amplessi di materia e spirito, potenza creativa che dirompe, natura incontaminata e caotica eppure ordinata, grido, rabbia, odio, calore, sono una ninna nanna, una carezza lontana e la sua mancanza. Abbiamo l’occasione di arrivare al dis-ordine interiore che parla a ruota libera, Maestre ci spinge a vivere una vita libera, la nostra vera vita, per un attimo ci fa sentire vivi e senza controllo per questo la sua pittura può diventare ansia, paura, distanza. Esso richiama con l’arte la potenza della vita e della morte e le proprie origini, apre uno squarcio su un interiore dirompente e istintivo. Solo soffermandoci e accogliendo ciò scopriamo l’amore e la gratitudine, il dolore dell’abbandono ci apre alla relazione con l’altro dentro di noi, fino all’abbraccio interiore espressione totale della nostra individualità.
maestre62@hotmail.com

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