sabato 2 novembre 2013

Ho fame di Elisabetta Falqui



“Ho fame mangio non mangio questo e basta, poi inizio la dieta, da lunedì sarò a dieta, sono grassa...” queste parole si possono declinare non solo al mangiare cibo ma anche al concederci di occupare spazio nel mondo e nell’affermare noi stessi per essere colorati, eccentrici e godere nell’esserlo. Elisabetta Falqui ha inaugurato, sabato 26 ottobre alla Galleria La Corte arte contemporanea di Firenze, la mostra “Ho fame”, sono belle foto in bianco e nero di donne e uomini visti di schiena nudi, alcuni corpi sono in sovrappeso. Il bianco e nero delle foto le controlla e le rende sobrie, una scritta le accompagna, l’insieme è molto forte e Falqui ci trascina, a sorpresa, nell’ossessività sul cibo e non solo. La rotondità e la morbidezza delle forme sono amate nell'arte e in molte culture sono segno di benessere non solo fisico, nella nostra società le diete di ogni genere ci guidano nel quotidiano. Falqui con questi lavori ci tocca profondamente nel nostro intimo, ci fotografa e dà risalto alla nostra fisicità e sessualità ma soprattutto ci pone di fronte al piacere dello stare bene con noi stessi e col nostro aspetto quale linea di confine con l’esterno. Falqui ci rende consapevoli dell’amore verso noi stessi perché siamo ciò che mangiamo fisicamente e spiritualmente. Le sue foto ci costringono ad affrontare il nostro benessere interiore legato al cibo, al sesso e alle relazioni d'amore e d'amicizia perché ogni relazione passa attraverso il nutrimento con scambio e sostegno reciproco. Nella serie di foto in dissolvenza l’immagine di un tavolo apparecchiato in giardino con avanzi del pranzo e le sedie vuote, dove sono i commensali? Mancano, alle volte manchiamo nelle relazioni, nel sostentamento affettivo e fisico, alcune volte mangiamo troppo o troppo poco e ci sentiamo in colpa. Le nostre relazioni sono nutrite da cibo e sentimenti, una tavola dove i convitati non ci sono è una tavola “abbandonata” senza assaporare il piacere e il gusto di stare insieme senza fretta anche dopo il pasto dedicando tempo e spazio al nutrimento relazionale, alla socialità. Il nutrimento è fisico e spirituale, l'arte nutre la nostra anima e in questa mostra Falqui è riuscita a condividere con noi un’ossessione e restituirla in chiave artistica per un nutrimento dell'anima non solo individuale ma anche collettiva. Il lavoro artistico di Falqui tocca gli estremi del mangiare tutto fino all’obesità o niente fino a svanire, in entrambi i casi c’è il controllo come se ci fosse un’incapacità a lasciarsi andare all’equilibrio naturale del corpo, a quel flusso vitale che alimenta il nostro essere, senza limiti ma seguendo i nostri bisogni profondi che siano essi di cibo per il corpo o di conoscenza per lo spirito. La mostra di Elisabetta Falqui finirà il 22 novembre 2013.

Pubblicato su Cultura Commestibile
 




sabato 26 ottobre 2013

Kiddo pop memories di Carlo Nannini







Carlo Nannini, in arte kiddo, è un giovane artigiano con esperienza poliedrica, dagli anni ’90 inizia a unire alla sua attività di marmista la produzione di piccole sculture ispirate al mondo del fumetto, del videogioco, delle action figures o del giocattolo creando delle icone contemporanee che narrano l’epica di oggi attraverso le figure di fumetti che hanno accompagnato la nostra infanzia e adolescenza. Sono sculture lapidee monolitiche scolpite con un unico pezzo di marmo o di pietra. Nannini plasma il blocco facendo uscire le figure come se fluissero dalla sua memoria, i ricordi si fanno concreti nelle forme e diventano immagini dei nostri giorni. Nannini eleva personaggi di fumetti o di spot pubblicitari a scultura monumentale, essi divengono figure mitologiche e simboliche, parte della nostra vita. Sono figure che rievocano i nostri vissuti personali e sociali, di fronte ad esse ci riappropriamo di ricordi passati e dell’infanzia perduta in un dialogo continuo con i nostri coetanei e con i bimbi di oggi che scoprono o riscoprono queste icone. Lo scultore Nannini trasformando il plastico in lapideo sente il pezzo, lo vive intensamente percependo tutto quello che non si vede in apparenza, nello sbozzare e scolpire il marmo ritrova i confini e le caratteristiche delle figure, i loro tratti. Nannini nel trasformare e rendere reale il plastico in lapideo non solo realizza monumenti evocativi della cultura pop contemporanea, come lui afferma, ma si confronta anche con il suo mondo interiore e le sue passioni. Le sue mani percorrono le linee delle forme esplorandone le curvature, gli angoli, liberano i personaggi a una nuova dimensione forse più intima ma nello stesso tempo collettiva. Da questo contatto nasce la dimensione epica contemporanea cioè la narrazione poetica di gesta eroiche, spesso leggendarie, sono piccoli eroi di fumetti ai quali deleghiamo i nostri timori, il coraggio Stemma Superman - Golddrack la tenerezza oppure la costruzione dei nostri desideri attraverso i giochi Lego – Brick. Nelle piccole sculture di Nannini l’At@ del nuovo modo di comunicare di oggi, l’Apple della globalizzazione che va di pari passo con la nostra infanzia legata a Pippo ippopotamo o Barbapapà. In Pop art si ritrovano l’ironia e la canzonatura, in tutte le sue opere c’è qualcosa di giocoso e spontaneo, la possibilità di prenderci sul serio e ricostruire la nostra storia personale e sociale anche attraverso il bambino che è in noi.

Pubblicato su Cultura Commestibile del 26/10/2013

giovedì 10 ottobre 2013

L'autobiografia affettiva di Manfredi



 “...Ma frugando nei vostri volti, nella memoria trovo una ricchezza senza fondo che non potrebbe essermi altrimenti ripagata.” (Manfredi 1979). Questa ricchezza il pittore fiorentino Manfredi, 86 anni, la condivide con noi attraverso la sua bella mostra personale inaugurata lo scorso 3 ottobre nella Sala del Basolato del Municipio di Fiesole dal titolo L'autobiografia affettiva di Manfredi continuum di due grandi mostre, Autobiografia della Memoria, Firenze 2006 e Roma 2007. La sala accoglie i ritratti “degli dei del mio olimpo mentale” che l'artista ha dipinto dal 2008, volti di amici che non ci sono più si alternano a volti di personaggi celebri che hanno contribuito alla sua formazione intellettuale creando una sorta di autobiografia affettiva dell'artista. I ritratti degli amici scomparsi sono dipinti a memoria e ci raccontano di ricordi, affetti e momenti condivisi, ci rimandano a chiacchiere e discussioni, a gesti di abbracci che consolano, a incomprensioni, cioè a tutto ciò che una bella e grande amicizia può apportare alla nostra vita. Gli amici ritratti non sono soli ma portano dentro la Sala del Basolato tutta la loro vita e il loro rapporto con l'amico pittore. Manfredi ricorda e dipinge i sentimenti e la ricchezza interiore che l'amicizia gli ha dato, la sua pittura diventa la memoria degli amici scomparsi che vive dentro di lui nei ricordi dei loro gesti, delle loro voci, dei loro odori. Dei nostri morti ci arrivano immagini: la loro camminata, il loro sorriso o un'espressione del viso, le loro parole, il tono di voce. Manfredi dipingendoli li sente, li vede come se fossero davanti a lui reali e forse è riuscito, ancor di più, a catturarne l'anima e l'essenza, ciò che veramente erano, ciò che lui conserva interiormente perché “Diventare soggetto puro della conoscenza significa liberarsi di se stessi” (Arthur Schopenhauer) e allora in questa libertà Manfredi vive l'amico senza filtri di se stesso, ne vive la sua vera e unica personalità trovando quella ricchezza senza fondo nella sua memoria. Le pennellate di Manfredi diventano espressione della sua amicizia, sono belle, movimentate, decise, espressive, larghe, intrecciate. Gli sfondi non sono quasi mai definiti e ci danno modo di fantasticare. Spesso Manfredi colloca le figure in uno spazio interno ma non è mai chiuso bensì aperto verso altro, permettendoci di spaziare senza restrizioni. I personaggi famosi sono omaggi alla cultura e un poco a se stesso poiché è diventato ciò che è anche attraverso i loro pensieri. Margherita Hack, 2006, unica vivente al momento del ritratto, adesso è diventata omaggio a tutto ciò che è stata e ci ha trasmesso, e quanto Manfredi aveva in comune con lei, entrambi fedeli a loro stessi nelle loro ricerche e con il cuore unito all’intelletto. La mostra si terminerà il 3 novembre 2013.

www.manfredipittorefiorentino1927.it 

Pubblicato su Cultura Commestibile

lunedì 30 settembre 2013

Phatos di Rita Pedullà



Fiori, un grande petalo o un cuore rosso, mazzolini di fiori gettati in aria, queste sono le tele di Rita Pedullà in mostra, dal 25 settembre al 5 ottobre 2013 alla Galleria La Corte Arte Contemporanea di Firenze, col titolo Phatos. Gli abiti dei quadri sembrano fiori capovolti che volteggiano in aria creando scie colorate e profumate accompagnati, per l’inaugurazione, dalla performance musicale di Erika Giansanti violinista. Musica e pittura invitano a danzare con una complicità assoluta tra le note e le tracce dei fiori, è un movimento incalzante, gli abiti senza corpo di Pedullà volteggiano nello spazio sfiorandoci, abbracciandoci e trascinandoci in una danza per la vita. Pathos è moto verso la vita, verso le emozioni intense e profonde, è la danza in onore a Dioniso, Dio dell'estasi e della liberazione dei sensi che rappresenta l'essenza del creato nel suo fluire, elemento primigenio del cosmo, nell'ebbrezza dionisiaca c’è l'unione col divino. Gli abiti nel movimento e nella musica prendono altre sembianze mentre l’aria riceve e inghiotte fiori e mazzolini, un passamano di boccioli e colori, le linee abbozzate in aria da essi si potrebbero dipingere. La pittura di Pedullà sta “svestendosi”, il suo lavoro sulla donna si sta raffinando e affinando, sempre più c’è universalità. L’artista togliendo le vesti e le sembianze di donna diviene portatrice di simbologie universali perdendo le connotazioni individuali. Pedullà non ritrae più donne, i loro corpi e le loro storie personali ma qualcosa d’altro, forse la loro essenza, qualcosa comunque che rispecchia l'umanità intera, la natura e lo spazio. Queste opere sono, nella loro materialità, essenziali, le sgocciolature, le ruote dei vestiti sono le gioie e le sofferenze di tutti esattamente il Phatos e ognuno di noi ci vede la propria storia personale ricordi di amori, di viaggi, d’incontri mancati. Ricordi vicini e lontani che volteggiano nell'aria in un ballo sensuale e coinvolgente. Gli abiti nonostante la loro leggerezza sono pesanti, hanno la gravità che li riporta a terra perché nell'arte di Pedullà c'è una svolta data dalla perdita dei volti e dei corpi, un vuoto che le consente di sfiorare l’essenza della vita e quell'essere forte e reale nonostante la vaporosità e il colore. Fiori gettati e ripresi e poi ancora gettati, Phatos è la passione che spinge verso la conoscenza, è la direzione che ci permette di essere noi stessi fino in fondo ed è ciò che ci consente d’abbandonare il superfluo per il necessario, quello che accade nei quadri di Rita Pedullà.

sabato 28 settembre 2013

12 ore di notte di Giampaolo Di Cocco



ECLETTICO Spazi d’Arte: l’installazione di Giampaolo di Cocco 12 ore di notte è sospesa tra mobili di modernariato restaurati da Eleonora Banchi e opere fotografiche di Virginia Panichi. Il lavoro comprende parti in alluminio e piombo oltre a dodici satelliti con illuminazione led, tutti sospesi. L’istallazione è un sarcofago e subito pensiamo a Osiride fatto giacere, con l’inganno, da suo fratello Seth in un sarcofago riccamente decorato poi, sigillato il coperchio, gettato nel Nilo. Il corpo di Osiride ritrovato fu fatto a pezzi e sparsi in giro, la moglie Iside iniziò un’affannosa ricerca fino a ricomporne il corpo e avere un figlio, Horus. Osiride di nuovo in vita diventò il re degli inferi, il re delle 12 ore di notte. Per gli egizi il coperchio del sarcofago era il cielo, il fondo la terra, i lati i punti cardinali, il morto era inumato con la testa a nord e il volto a oriente, verso il sole, il sarcofago era il cosmo. L’artista ha creato un sarcofago in alluminio con pezzi mobili, sono le parti del corpo di Osiride, Dio degli inferi e della fecondità, e la sua ricomposizione. Il sarcofago di Osiride è barca che naviga le acque del Nilo, Osiride ritrovato, fatto a pezzi, ricomposto e rinato è come il sole che nasce e tramonta, come noi che ci svegliamo e ci addormentiamo. Ogni giorno della nostra vita nasciamo e moriamo perché moriamo nelle 12 ore di notte e rinasciamo al mattino, in questa installazione ogni ora è un piccolo animale o piramide. Il sarcofago è leggero, aperto, adattabile perché ciascuno di noi ha le proprie 12 ore di notte, ma tutti viaggiamo verso la morte, punto d’incontro tra l’individuale e il collettivo. Durante le 12 ore di notte incontriamo gli archetipi, ogni ora è scandita da simboli raggiungibili con il sogno o con l’arte, medium tra conscio e inconscio, tra individuale e collettivo, 12 ore di notte è conoscere le tenebre portatrici d’immagini su cui lavorare nel mondo di sopra. Il sarcofago diventa la barca che ci conduce all’Ade, l’artista ci dà il mezzo con cui partire e un linguaggio, il sarcofago-barca percorre acque profonde per pescare preziosità. L’istallazione non è scioccante o angosciante ci incuriosisce, ne sentiamo la positività dell’andare verso la morte senza paura perché “Una vita tesa all’autocoscienza si realizzerà con una morte felice” scrive l’artista. Ogni volta che il sole tramonta, che ci addormentiamo o che varchiamo il nostro inconscio arrivano le 12 ore di notte siamo Osiride dentro il sarcofago e non sappiamo dove ci condurrà e chi e cosa incontreremo. La morte è notte, l’arte ci avvicina a essa con la percezione che ritorneremo energia pura e la nostra individualità si ricomporrà con il tutto perché i pezzi possono essere gli individui che si ricongiungeranno nel tutto Osiride. Forse per questo 12 ore di notte di Giampaolo Di Cocco ci trasmette pace, serenità e la comprensione che siamo parte dell’universo. L’istallazione sarà visibile fino al 10 ottobre 2013. 

www.giampaolodicocco.com 

Pubblicato su Cultura Commestibile 


venerdì 20 settembre 2013

In ascolto di Angela Chiti






“In ascolto” di Angela Chiti al Palazzo Medici Riccardi di Firenze chiude una trilogia di mostre iniziata con “A occhi chiusi” e “Passi sospesi”. Angela fotografa istintivamente dando voce al suo intimo, spesso il primo scatto è quello giusto. La fotografia è digitale e non rielaborata, i soggetti delle opere sono frammenti, dettagli, ombre, macchie, particolari di oggetti inutili o buttati che lei riconosce e soprattutto ascolta. Angela si trattiene volontariamente e attentamente a udire, presta la propria attenzione e partecipazione a qualcosa nel mondo che la circonda e coglie segnali che spesso non sono dove ce li aspettiamo. Il suo viaggio prende forma lentamente, le poesie accompagnano le sue opere, la purezza della sua fotografia è forza che diventa introspezione e narrazione della materia sensibile ed emotiva. Questa mostra ci insegna che se impariamo ad ascoltare veramente piccoli frammenti del mondo reale che sono Enigma, diventano poesia, storie, volti, paesaggi. In ascolto è un cerchio che non ha inizio né fine, una linea unica le cui estremità si annullano l’una nell’altra. Ascolto è captare i dettagli dietro l'apparenza, è sintonizzarci con qualcosa che va di là dei gesti e delle parole di una relazione. Angela fa il suo personale viaggio Onda verso l’interiorità, dove l'oggetto o il particolare si trasforma, inizialmente ci parla un linguaggio confuso ma poi diviene sempre più chiaro e diretto. Ascolto, essendo cerchio, è armonia che traduce l'indifferenziato in uguaglianza. Ascoltare il mondo circostante significa entrare in rapporto prima di tutto con noi stessi in profondità con attenzione e riflessione. Significa cogliere i particolari, in apparenza privi d'interesse, che si comporranno poi in un tutto unico, Principio di unità, anche se l'inizio è caos dettato dalla materia, dalle emozioni e dalle parole che diventano Labirinto di parole o Sillabe e suoni. Ascolto è imbattersi nei rumori della città, con l'angoscia primordiale, con l'inganno, con l'essenziale, con un incontro mancato ma anche con la nostra interezza e capire che i frammenti si riordineranno. Ascolto è percorrere sensazioni, paesaggi, ritornare alle Terre prime, fino ad approdare al contatto con l’altro e trovare Nero gioia. Qualunque vicinanza ci porta la sensazione di vuoto, di abisso, di nero, di precipitare perché la gioia ha in sé anche il nero, lo sconosciuto, l'ignoto. Il contatto è la fine del cerchio che si annulla con l'inizio per ricominciare di nuovo perché la nostra vita non è altro che un ascolto continuo e potente per lo svolgersi delle nostre relazioni. La mostra In ascolto di Angela Chiti è visibile fino al 29 settembre 2013.